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Il Vero come un momento del Falso data: 22/2/2012 | di Giulietto Chiesa - da ilfattoquotidiano.it
Spero che non ci sarà qualcuno che mi venga a dire che getto il sasso e nascondo la mano. Perciò dico subito che parlo di Siria. Parlo di manifestazioni popolari che volevano, in Siria, un anno fa, le stesse cose che volevano a Tunisi, al Cairo, a Sanaa, a Manama, a Bengasi (e probabilmente a Rhiyadh, a Doha, a Madinat, se solo avessero avuto il tempo di farlo sapere prima di essere massacrati).
Poi vennero le guerre civili, bene armate e fomentate dall’esterno, vuoi dalla Nato, vuoi dall’Arabia Saudita e dal Qatar, con l’aiuto della Turchia.
E quindi oggi parlo del generale Petraeus, capo della Cia, che invia centinaia di agenti nelle confinanti regioni dell’Iraq, per assoldare combattenti che vadano a rinforzare le fila dei ribelli “siriani” armati contro il “dittatore sanguinario” di turno. Parlo dei 2000 combattenti, guidati dai tagliagole di Bengasi che dalle nostre parti definiamo di Al Qaeda, che partono dalle basi in Turchia per andare a sparare contro Bashar Assad.
Parlo dei mercenari, pagati con i denari dell’Arabia Saudita, che partono dalla frontiera libanese, per fare altrettanto.
Questo è il vero, secondo il mio modesto parere.
Poi, dopo avere letto i giornali italiani e visto le tv dell’Occidente, e quelle in arabo dei dittatori amici dell’Occidente, mi viene in mente Guy Debord, quando, poverino, quarant’anni fa, diceva che il falso non basta, perché, prima o dopo, lo si scopre. E invitava a stare in guardia contro l’arte più raffinata: quella di “usare il vero come un momento del falso”. Debord un pò s’illudeva, perché intanto non è vero che il falso lo si scopre prima o poi. Certe volte non lo si scopre più. Certe altre lo si scopre troppo tardi. Quindi raccontare il falso a qualche cosa serve.
Ma aveva ragione Debord, nella sostanza, perché quando il vero diventa un momento del falso, un tassello del falso, un pezzo del falso, allora è proprio impossibile raccapezzarsi.
E’ in questa melassa insulsa e indigesta che milioni di italiani sono immersi tutti i giorni. Perfino Sanremo, che è stato per decenni straordinariamente, integralmente, fantasticamente falso (e come tale è stato il ritratto fedele dell’Italia dominante, travestita da nazional-popolare) si è adeguato alla mescolanza, allo spurio, all’inciucio psico-politico-culturale.
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Siria a una svolta? Intanto la Russia c’è data: 20/2/2012 | di Giulietto Chiesa – Megachip.
Vi proponiamo un articolo di Thierry Meyssan, pubblicato dal più diffuso quotidiano russo, la «Komsomolskaja Pravda», e ignorato da tutti i media occidentali (e già questo è assai significativo). Il pezzo contiene informazioni sulla Siria che, se verificate, sarebbero sensazionali. La prima indica che Mosca ha deciso non solo di rompere gl'indugi e di mettere mano direttamente alla questione siriana, scendendo in campo non solo diplomaticamente ma anche con l'intervento di consiglieri militari e di altro genere, dalla parte del governo di Damasco. Non solo. Mosca sarebbe riuscita a far mutare posizione alla Turchia e al Libano, i cui territori hanno dato rifugio alle forze militari che, dall'esterno, hanno agito contro il governo di Bashar el-Assad.
La seconda cosa che traspare è che l'Amministrazione americana, senza gridarlo ai quattro venti, avrebbe abbandonato i suoi protetti del Consiglio Nazionale Siriano e avrebbe, per così dire, fatto una discreta marcia indietro.
I motivi di queste modificazioni di rotta - sempre che esse siano reali- potrebbero essere diversi. Uno dei quali, si potrebbe supporre, è calmare i bollenti spiriti di Israele, che potrebbe approfittare del caos per lanciare l'attacco di sorpresa contro l'Iran.
Tuttavia molti sono gl'indizi che la partita siriana non è ancora affatto chiusa, sebbene la Russia sia sicuramente più presente e determinata di quanto non fosse stata fino a due mesi fa.
L'incontro tra Bashar el-Assad e Sergej Lavrov, il ministro degli esteri russo, è avvenuto a Damasco all'inizio di febbraio. Lavrov era accompagnato da una fitta delegazione di esperti, non certo soltanto "commerciali".
Tuttavia sabato scorso Lavrov dichiarava in pubblico, con toni molto duri, che la proposta della Lega Araba di far intervenire le Nazioni Unite era inaccettabile e evocava senza mezzi termini il rischio, "da non escludere", della "ripetizione in Siria dello scenario libico".
Lavrov aggiungeva due domande che appaiono ridurre la portata delle rivelazioni di Meyssan: ha il "Consiglio Nazionale Siriano" (opposizioni diverse) qualche mezzo per influire sulle decisioni dell'"Esercito siriano di liberazione"? E, nel caso non lo abbia, allora chi è che dirige quelle forze militari?
Domanda retorica, naturalmente. Ma che indica che l'intervento armato dall'esterno non è affatto disinnescato.
Il tutto mentre si è rifatto vivo Ayman al-Zawahiri, cosiddetto numero 1 di Al-Qa’ida dopo la - si fa per dire- morte di Osama bin Laden, per lanciare la guerra santa contro Bashar. Doppiato dalle infiltrazioni massicce di armi, munizioni e uomini dal confine iracheno, e dalle dichiarazioni di guerra santa provenienti dal confine giordano, dove la Fratellanza Musulmana è in piena mobilitazione.
Dunque forse la Russia sta muovendo in termini nuovi le sue pedine, ma non ha ancora affatto rovesciato la situazione. La guerra continua e ormai non si differenzia più da una guerra civile di vaste proporzioni. I sostenitori esterni hanno già ottenuto questo risultato ed è estremamente difficile che le bocce si fermino.
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Italia al bordo dell'abisso data: 14/2/2012 | di Gabriel Impaglione* [Gabriel Impaglione è fondatore della rivista internazionale di poesia "Isla Negra". L'edizione italiana della rivista è diretta da Giovanna Mulas: www.giovannamulas.it]
I crani costituiti nel potere formale, in Italia, danno continuità alle misure politiche neoliberali che vanno applicandosi dall'era berlusconiana. In questo senso poco o niente è cambiato salvo, se si vuole, una certa impopolarità che non pagherà elettoralmente la lega dei rappresentanti della casta fondomonetaria al governo, e sempre di partito politico parliamo. E' grazie a questo infimo dettaglio che la destra e i suoi complici lasciano lavorare i burocrati con totale libertà. Uno per tutti e tutti per uno.
Senza l'articolo 18 a salvaguardia dei lavoratori, con norme che favoriscono una flessibilizzazione ancora più approfondita nel mondo del lavoro, sarà un gioco da bambini ricevere 'possibilità d' investimento' in un paese nel quale le condizioni di schiavitù non avranno limite, come non avranno limite le garanzie degli imprenditori. Diciamola così, in una situazione inversamente proporzionale: fame per il popolo lavoratore, ricchezza abusiva per l'oligarchia. Ciò che già accade in Honduras, Guatemala e Messico, in Haiti.... Ma questa è l'Italia!
Grazie alle richieste del Vicerè Monti e i suoi seguaci, l'Italia rischierà di trovarsi allo stesso livello di un enorme quantità di paesi del terzo mondo, dove lo sfruttamento 'legale' è un diritto dei monopoli. Mi viene in mente la nordamericana United Fruit, col suo operato in Centro America...e non è un capriccio. La manifestazione dei metalmeccanici prevista per il 18 febbraio prossimo è un atto di dignità. Se, come credo, nel popolo italiano perdurerà questa virtù, lo sciopero dovrà estendersi a tutto il paese e in maniera indefinita.
Tutto indica che la questione di classe gioca la sua battaglia. Tutto indica che Marx continua ad essere più attuale della 'fine della storia' di un certo Fukuyama, “best seller” tanto declamato dall' ultracapitalismo: la felicità planetaria in armonioso equilibriograzie alla teoria di domanda e offerta, non è più certa.
Non si sa come parare la caduta dell'impero del lucro che presenta crepe da ogni parte, fa acqua. E i suoi apostoli non hanno più un discorso che valga. Inventeranno altre guerre. La presenza yankee attorno a Siria e Iran è soffocante. La formula: ti invado-ti derubo-ti colonizzo, ha dato tanti morti al mondo come garanzia ai governi imperiali...questo orrore non ha misura.
L' Italia non è estranea a questa logica, né innocente. I cacciaborbardieri comprati dal governo avranno finalmente la loro missione da un momento all'altro (i tagli non hanno impedito l'acquisto di macchine da morte dalla necessitata industria bellica yankee...sarà uno dei tanti accordi di alleanza invasiva?)
E mentre l'Italia cammina in silenzio fino alla realtà di Repubblica delle Banane, con la complicità di una casta conservatrice e l'indifferenza suicida di una buona porzione di popolo (addormentato a lungo in un benessere fittizio), il mondo è diretto dall'impero di pochi fino al pericoloso abisso di una guerra che potrà essere ultima a scuotere la vita del pianeta.
*Poeta italo-argentino.
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Pronti a bombardare in Afghanistan. Ma il Parlamento? data: 9/2/2012 | di Enrico Piovesana
Domani al Quirinale il presidente Giorgio Napolitano presiederà un Consiglio supremo di Difesa di cruciale importanza, poiché si esprimerà non solo sull’acquisto dei costosissimi cacciabombardieri F-35, ma anche sulla delicata decisione di autorizzare bombardamenti aerei italiani in Afghanistan.
L’imbarazzo e lo scaricabarile del premier Monti di fronte alla domanda di Lilli Gruber, sommato alle numerose dichiarazioni pubbliche del ministro della Difesa Di Paola sull’assoluta necessità di “andare avanti” con il programma F-35, suggeriscono che non vi saranno retromarcia sostanziali su questa folle spesa militare (almeno 13 miliardi di euro, destinati a lievitare di molto). Si può sperare solo in minime riduzioni o dilazioni.
Silenzio di tomba invece, anche da parte del mondo politico, sull’altra importantissima questione che verrà discussa domani in Consiglio supremo di Difesa al punto dell’ordine del giorno che recita “riqualificazione dell’impegno italiano” nelle missioni militari internazionali: la scelta di rimuovere i ‘caveat’ che finora hanno impedito ai nostri cacciabombardieri Amx (proprio quelli che andrebbero rimpiazzati dagli F-35) di effettuare azioni di bombardamento.
Questa cruciale decisione, che nemmeno Ignazio La Russa osò prendere d’autorità senza l’avallo del Parlamento (e infatti alla fine vi rinunciò), Di Paola si è limitato a comunicarla alle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato, senza sottoporla alla minima discussione per un parere. Anzi, la cosa è venuta fuori in commissione solo perché il senatore Pd Gian Piero Scanu glielo ha esplicitamente chiesto, dopo che Di Paola aveva genericamente parlato di misure per rafforzare la sicurezza del contingente italiano in Afghanistan.
Di fronte a una notizia del genere, riportata con grande evidenza anche da La Repubblica, ci si sarebbe aspettati una qualche reazione da parte di quei partiti progressisti che, seppur non contrari alla guerra, rivendicano il ruolo del Parlamento nel decidere su una materia di tale rilevanza politica e costituzionale. Esattamente com’era accaduto nell’ottobre 2010, quando la stessa proposta la avanzò La Russa.
In quei giorni, non così lontani, il Pd Arturo Parisi – forse perché all’epoca non distratto da qualche scandalo come oggi – affermò con forza che l’autorizzazione dei bombardamenti aerei “può essere decisa solo dal Parlamento” perché “non è una questione tecnica da lasciare sulle spalle dei militari”. Lo stesso segretario del Pd Bersani allora riteneva “assurdo mettersi a parlar di bombe”. Oggi che i Democratici non stanno più all’opposizione, nessuno dice più una parola.
Nessuna voce si è levata dal Pd nemmeno dopo che la decisione del ministro di Di Paola è stata confermata dalle parole del capo di Stato Maggiore, generale Blagio Abrate, che durante la sua recente visita al contingente italiano in Libano, ha dichiarato: “Gli Amx avevano la possibilità di sparare solo con i cannoni di bordo. L’Italia non li usava al 100 per cento delle potenzialità. Adesso invece i nostri uomini potranno intervenire alla pari e con una tempistica diversa. Le bombe sono una difesa. Anche in Libia abbiamo sganciato le bombe e abbiamo fatto bene”.
Neanche il senatore Scanu, che aveva inizialmente dichiarato a La Repubblica che “ogni cambiamento dei caveat deve essere deciso in modo formale davanti alle Camere e non notificato durante un’audizione”, ha più voluto parlare dell’argomento. E online l’ha ripetutamente sollecitato un suo ulteriore commento, ma ci ha risposto che prima doveva capire quale fosse, se vi fosse, una posizione ufficiale del suo partito. Visto che la posizione alla fine è stata quella del “silenzio-assenso”, è rimasto silente anche lui.
La Difesa non ravvisa la necessità, né tantomeno l’obbligo, di consultare il Parlamento perché, come sostengono sia il generale Abrate che lo stesso Di Paola, “le regole d’ingaggio non cambiano” e anche perché, argomenta il ministro, “in Parlamento c’è stato un forte sostegno alla necessità di proteggere i nostri militari, quindi questa decisione è solo una conseguenza logica di questo sostegno”. “Se il Parlamento ritiene di dover essere consultato ha gli strumenti per chiederlo, ma non mi pare l’abbia fatto”, ha osservato parlando a E online il capoufficio stampa del ministero, generale Giancarlo Rossi.
In effetti la stessa Camera dei deputati, in occasione del voto sul rifinanziamento delle missioni militari, ha paradossalmente respinto quasi all’unanimità un ordine del giorno presentato dai deputati Radicali del Pd che impegnava il governo “a rimettere al Parlamento la decisione sull’uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata (GBU-39 Small Diameter Bomb o similari) da parte dei velivoli dell’Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan”.
“Lo stesso fatto che le commissioni competenti, informate dal ministro, non abbiano fatto osservazioni rappresenta un implicito via libera”, dice a E online l’ex sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, Lorenzo Forcieri. “Detto questo, ritengo che una simile decisione richieda eccome un pronunciamento parlamentate in quanto si vanno a modificare sostanzialmente le regole d’ingaggio decise dal Parlamento al momento dell’autorizzazione all’invio dei nostri bombardieri in Afghanistan. Per non parlare della contraddittorietà politica di una simile scelta in una fase del conflitto in cui si tende a privilegiare l’aspetto civile e a limitare sempre di più il ricorso a strumenti dimostratisi estremamente rischiosi dal punto di vista degli affetti collaterali”.
In vista del Consiglio supremo di Difesa di mercoledì, E online ha provato a chiedere ulteriori delucidazioni al ministero di Di Paola, ma fino a lunedì sera negli uffici di via XX Settembre non c’era nessuno a causa della neve: “E’ ‘na giornataccia”, ci ha risposto l’unico addetto dell’ufficio stampa che rispondeva al telefono.
Domani rischia di essere una giornataccia anche per la democrazia di questo Paese. Che la decisione di autorizzare bombardamenti in Afghanistan implichi o meno l’obbligo formale di un pronunciamento parlamentare, rimane il fatto che un governo ‘tecnico’, non legittimato dal voto popolare, avrebbe quantomeno il dovere politico di consultare il Parlamento su una decisione che – come sosteneva l’ex ministro alla Difesa Parisi – muta radicalmente la natura della nostra missione militare in Afghanistan e viola quindi l’articolo 11 della nostra Costituzione.
Speriamo che domani se ne ricordi almeno il presidente Napolitano, che della Costituzione è il garante. |
La Germania problema d'Europa data: 8/2/2012 | di Stefano Sylos Labini - www.sbilanciamoci.info
I tedeschi hanno il terrore che l’eccesso di debito pubblico spinga la Banca centrale europea a stampare grandi quantità di moneta che farebbe scoppiare l’inflazione. Per questo la Cancelliera Merkel, con la sua intransigenza sul risanamento dei bilanci dei paesi europei più in difficoltà e con la sua posizione contraria verso l’emissione degli Eurobond e verso gli acquisti di titoli del debito pubblico da parte della Bce, sta spingendo l’Europa in una pericolosa recessione e in una crisi di fiducia che potrebbero avere conseguenze devastanti. Ma i tedeschi, che hanno l’economia con la produttività più elevata d’Europa, dovrebbero ricordarsi di ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale e di conseguenza dovrebbero essere più lungimiranti per evitare di ripetere gli stessi errori che loro furono costretti a subire.
Lezioni di storia
Il Trattato di Versailles fu imposto alla Germania con la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Il Trattato istituì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. John Maynard Keynes criticò duramente il trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa di Adolf Hitler, che inevitabilmente portò allo scoppio della seconda guerra mondiale. Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell'edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall'industria dell'automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%). Nel miracolo economico degli anni ’30 i nazionalsocialisti si erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: “le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe”.
Baratto fra unità economiche
Sorprendentemente, l’artefice del miracolo economico della Germania nazista fu un uomo di origini ebraiche, Hjalmar Schacht, Ministro dell’Economia e Presidente della Banca centrale del Reich. “Il dottor Schacht è inciampato per disperazione in qualcosa di nuovo che aveva in sé i germi di un buon accorgimento tecnico. L’accorgimento consisteva nel risolvere il problema eliminando l’uso di una moneta con valore internazionale e sostituendola con qualcosa che risultava un baratto, non però fra individui, bensì fra diverse unità economiche. In tal modo riuscì a tornare al carattere essenziale e allo scopo originario del commercio, sopprimendo l’apparato che avrebbe dovuto facilitarlo, ma che di fatto lo stava strangolando. Tale innovazione funzionò bene, straordinariamente bene, per coloro che l’avevano introdotta, e permise a una Germania impoverita di accumulare le riserve senza le quali non avrebbe potuto imbarcarsi nella guerra. Tuttavia, come osserva Henderson, il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa”. (1)
Per il commercio estero, Schacht ideò un ingegnoso sistema per trasformare gli acquisti di materie prime da altri paesi in commesse per l'industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa soltanto per comprare merci fatte in Germania. Il meccanismo, di stimolo al settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate erano pagate con prodotti finiti dell'industria nazionale, evitando così il peso dell'intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali. Certamente, il protezionismo prima e l'autarchia in seguito crearono un mercato chiuso in cui tutta la realtà produttiva era indirizzata e finalizzata alla produzione di beni per lo stato e/o per il consumatore tedesco. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri dà alla politica economica tedesca una nuova libertà. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d'acquisto per i lavoratori) viene svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.
Cambiali garantite dallo Stato per le imprese
Lo Stato tedesco può dunque creare la moneta di cui ha bisogno nel momento in cui manodopera e materie prime sono disponibili per sviluppare nuove attività economiche, anziché indebitarsi prendendo i soldi in prestito. E ciò senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro ed evitando che il pubblico tedesco fosse colpito da quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione della sua moneta nazionale. In realtà, non venne praticata la stampa diretta di moneta, poiché il principale provvedimento di Schacht fu l’emissione dei MEFO, obbligazioni emesse sul mercato interno per finanziare lo sviluppo. In questo sistema è direttamente la Banca centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. Con queste promesse di pagamento gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank in ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all'incasso massicciamente e rapidamente, l'effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione. Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all'incasso; risparmiando così fra l'altro (non piccolo vantaggio) l'aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.
Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire e alla fine la risposta è stata che il sistema funzionava grazie alla fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini e le sue classi dirigenti, una fiducia ottenuta non solo con la propaganda e la coercizione, ma anche attraverso il progressivo miglioramento delle condizioni economiche della popolazione. Hjalmar Schacht fu l'inventore del sistema rendendo invisibile l'inflazione: gli effetti MEFO erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici. In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga e ritenuto non colpevole) spiegò d'aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. In realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non la manodopera. E Schacht sapeva che la prosperità della finanza internazionale dipende dall'emissione di prestiti con elevato interesse a nazioni in difficoltà economica.
La disoccupazione riassorbita
Un economista britannico, C.W. Guillebaud, ha espresso con altre parole lo stesso concetto: "nel Terzo Reich, all'origine, gli ordinativi dello Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti (con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale); l'investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato". Così Hitler raggiunse il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione e la crescita dei salari del popolo tedesco senza alimentare l’inflazione. I risultati sono spettacolari per ampiezza e rapidità: nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono oltre 6 milioni; a gennaio 1934, si sono quasi dimezzati e a giugno sono ormai 2,5 milioni; nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni e nel 1938 non sono più di 400 mila. Fu questa ripresa economica ad accrescere il consenso di Adolf Hitler e a permettere alla Germania di lanciare negli anni successivi una massiccia politica di riarmo che portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Scarsa lungimiranza dei vincitori
Per evitare malintesi, tengo a precisare che considero il nazismo una ideologia criminale. L’intento del mio articolo è quello di mettere in evidenza la politica economica e monetaria seguita dalla Germania di Hitler per risollevare un Paese allo stremo. Una politica che, con i dovuti accorgimenti, potrebbe essere riproposta nell’Europa di oggi dove la disoccupazione ha raggiunto livelli inaccettabili. La Germania dovrebbe tener presente che fu la scarsa lungimiranza delle nazioni che vinsero la prima guerra mondiale a determinare l’esplosione del debito, la sua monetizzazione e l’iperinflazione. Questo generò un sentimento profondo di rivalsa nel popolo tedesco che si manifestò pienamente con il sostegno al nazionalsocialismo dopo la grande depressione. Ma il consolidamento del potere di Adolf Hitler fu reso possibile anche da una spettacolare ripresa economica che in tempi brevi permise di ricostruire le infrastrutture, di rilanciare l’industria civile e quindi di riassorbire l’enorme disoccupazione.
Il miracolo economico fu promosso da Hjalmar Schacht che escogitò un meccanismo monetario non inflazionistico in grado di fornire i capitali all’industria tedesca. Esattamente ciò che, con le dovute differenze, bisognerebbe fare oggi in Europa ma che viene impedito dalla politica egoistica e suicida del governo di destra guidato da Angela Merkel che ha come dogma l’indipendenza della Banca centrale europea dal potere politico e si oppone alla possibilità di lanciare le obbligazioni europee che potrebbero avere la stessa funzione delle obbligazioni MEFO ideate da Schacht. Al riguardo, c’è chi ha obiettato che non si trattò di un diretto finanziamento monetario del Tesoro, né di un immediato aumento del debito pubblico, però, lo Stato e la Banca centrale del Reich ebbero un ruolo determinante perché autorizzarono le emissioni e diedero la garanzia.
Italia, quali le strade percorribili?
Ma se in Europa in questo momento ci sono grandi difficoltà per finanziare un progetto di crescita, qui in Italia quali sono le strade percorribili per uscire dalla recessione che ci attanaglia? Se consideriamo il sistema delle obbligazioni MEFO, forse la debolezza che deriva dall’enorme debito pubblico potrebbe diventare un punto di forza. Più precisamente, i titoli del debito pubblico potrebbero costituire una massa monetaria gigantesca in grado di finanziare lo sviluppo dell’economia italiana. La possibilità che i titoli pubblici possano essere utilizzati negli scambi e negli investimenti sostituendo la moneta non sembra che sia stato compreso appieno sul piano teorico; sul piano pratico invece sicuramente si era capito visto che con i titoli pubblici si pagavano anche le tangenti! E proprio in questi giorni è apparsa la notizia che il corposo debito della Pubblica amministrazione con le imprese – circa 70 miliardi di euro – sia corrisposto in titoli di Stato per dare fiato alle imprese strozzate dalla stretta creditizia. Un'ipotesi ventilata già da alcune settimane, caldeggiata dal ministro Passera e che non dispiace a Confindustria, artigiani e commercianti. Il dossier riscuote per ora le perplessità di Ragioneria e Tesoro.
Per attuare una strategia di questo tipo sarebbe essenziale la trasformazione del debito estero in debito interno (2). In questo modo si potrebbe stabilizzare il valore dei titoli del debito pubblico (3) e sarebbe possibile sfuggire alla “dittatura dei mercati finanziari” (4). Così i titoli pubblici potrebbero circolare e potrebbero essere usati nel mercato interno come strumenti di pagamento. Se, invece, i titoli pubblici sono detenuti da soggetti esteri, grosse vendite fanno svalutare questi titoli intaccando la possibilità di utilizzarli come strumenti di pagamento sul mercato interno. Inoltre, poiché i titoli sono accumulati all’estero, essi vengono sottratti alla circolazione e di conseguenza perdono la loro funzione monetaria. Allora, si potrebbe pensare di far rientrare una parte consistente dei Bot in Italia (5). "Consistente" significa di entità tale da evitare operazioni speculative da parte delle banche d'affari detentrici dei Bot italiani, che guadagnano non solo sulle pressioni al rialzo sui tassi di interesse sui Bot di nuova emissione, ma, soprattutto, sul valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps) (6). Quindi bisognerebbe costruire di fatto un sistema di compensazione fra imprese facendo funzionare i Bot rientrati come una moneta complementare (7). In sostanza, il problema è quello di costruire una nuova regolazione dei Bot italiani in circolazione tale da farli funzionare come monete complementari (capaci di finanziare l'attività produttiva) e non come riserva di valore. È probabile che un progetto del genere potrebbe essere più efficace se non fosse limitato solo all'Italia ma venisse esteso almeno ai Paesi del bacino mediterraneo, i quali sarebbero in grado di agire come un nuovo sistema innovativo e commerciale.
In conclusione, i titoli pubblici sono un tipo di moneta che può essere usata per fare pagamenti di una certa entità dove non serve il contante. Il loro controvalore monetario si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e uno Stato ricco come l’Italia, che ha un bilancio pubblico sotto controllo, è in grado di assicurare questa fiducia. Un progetto che si ponga l’obiettivo di utilizzare i Bot come strumento di pagamento richiede delle misure per stabilizzare il valore dei titoli di Stato. La stabilizzazione del valore dei titoli comporterebbe diversi benefici in quanto permetterebbe di: allentare la morsa dei mercati finanziari internazionali sulla finanza pubblica del nostro Paese; garantire dei rendimenti sicuri al risparmio delle famiglie; utilizzare i titoli di Stato come moneta complementare. Per questi motivi dobbiamo studiare le esperienze del passato, quanto oggi viene fatto in altri paesi come il Giappone e le esperienze sulle monete complementari che esistono nel mondo.
NOTE
(1) Keynes, J.M., "Il problema degli squilibri finanziari globali. La politica valutaria del dopoguerra (8 Settembre 1941)", in Keynes, J.M., "Eutopia", a cura di Luca Fantacci, et. al. 2011, p. 43-55. (2) Giuseppe Guarino: “La trappola di Maastricht. Avviso ai governanti”. il manifesto domenica 4 dicembre 2011. (3) In Giappone, un paese che ha un debito pubblico doppio rispetto all’Italia ma non ha il problema dello spread, è prevista l’emissione di particolari certificati del Tesoro da riservare al risparmio delle famiglie con rendimenti sicuri e ancorati all’inflazione, che sfuggono alle micidiali aste. Per l’Italia è da segnalare la proposta di Claudio Gnesutta sull’emissione di “Buoni eccezionali del Tesoro”, Sbilanciamoci, (4) Si veda “La crisi degli Stati Uniti e l’esplosione della moneta privata”, saggio di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini per Argomenti Umani (5) Queste considerazioni sono basate sui preziosi commenti di Stefano Lucarelli, Professore presso l’Università degli Studi di Bergamo. (6) Su questo punto si veda Andrea Fumagalli: “Prove (conclamate) di dittatura finanziaria”, Uninomade, (7) Sulle monete complementari si veda “Introduzione alle monete complementari” di Massimo Amato e Luca Fantacci, . Di Luca Fantacci si veda anche: "Rilancio: una nuova Bretton Woods a partire dalla proposta di Keynes " in Keynes J.M., “Eutopia”, a cura di L. Fantacci, et. al., 2011.
[Articolo in corso di pubblicazione sul numero 754 de "Il Calendario del Popolo", www.calendariodelpopolo.it, che sarà disponibile nelle librerie dal prossimo 12 febbraio] |
Riflessioni attorno alla nevicata data: 8/2/2012 | di Giulietto Chiesa - ilfattoquotidiano.it.
Ho visto, e sperimentato di persona, cosa può produrre una, tutto sommato banale, nevicata, in un tutto sommato ancora (per poco), paese industriale “avanzato”. Al di là dei soliti lai dei mass media, che lasciano il tempo che trovano, mi sono trovato a riflettere, in un treno ad alta velocità fermo in mezzo alla neve, sulla fragilità delle nostre società. Riflessione stimolata da un articolo sul Fatto, di quel giorno, a firma Massimo Fini, che a sua volta rifletteva su un elemento correlato: la perdita progressiva della nostra manualità umana.
Non siamo più capaci di fare niente con le nostre mani. Non siamo più capaci di praticare l’agricoltura. Il pollice è diventato dominante, quanto a trepestare sui tasti del cellulare, ma la mano non riceve più dal cervello ordini sensati che non siano quelli di usare coltello e forchetta. Ho pensato che le nostre società sono diventate così complesse e costose, che se dovessimo essere costretti, da qualche imprevisto, a rinunciare collettivamente all’energia elettrica per più di tre giorni le nostre società cadrebbero nel panico e i morti si conterebbero non più a decine ma a centinaia di migliaia.
Complesse e costose. Abbiamo scelto l’alta velocità (lasciamo pure perdere la Val di Susa, dove la scelta è talmente insensata che non varrebbe nemmeno più la pena di parlarne se non fosse che il governo ha militarizzato, per farla, trenta comuni) senza nemmeno renderci conto che, più veloci andiamo, più quelle stesse macchine (e tutto il complicatissimo e costoso meccanismo che le fa muovere) diventano fragili come il vetro. Treni e scambi e rotaie, che potrebbero benissimo funzionare in condizioni di velocità tradizionali, diventano improvvisamente inabili a fronteggiare situazioni di emergenza, con il risultato che, invece di andare più veloci, restiamo fermi.
Il tutto di fronte alla prospettiva, serissima, che proprio ciò aumenta la probabilità di accadere nell’arco breve delle nostre vite. La crisi energetica, che facciamo tutti finta di non vedere, è appena dietro l’angolo. Le implicazioni che comporterà – sottolineo: nell’arco della vita nostra e dei nostri figli – saranno gigantesche.
Ma noi continuiamo a andare avanti, come dei dementi senza destino, a costruire complessità, facendo terra bruciata dietro le nostre spalle. Cioè facendo terra bruciata davanti al futuro dei nostri figli. Quando parli di “decrescita” sorgono rabbiose le urla degli sviluppisti a tutti i costi. E il governo dei tecnici, che ci sgoverna come il precedente governo dei puttanieri e dei ladri, ci promette ancora “crescita”.
Prima ancora di dire a Mario Monti che è un bugiardo, perché promette una crescita che non ci sarà, gli darei dell’irresponsabile. Gli direi: caro Monti, lei ci sta minacciando, con la sua crescita. Non la vogliamo la sua crescita. Vorremmo re-imparare a fare crescere i pomodori e le patate, perché sta venendo il tempo in cui non le troveremo più nel negozio sotto casa. |
L'Apartheid di Mario Monti data: 8/2/2012 | di Anna Lami - Megachip.
«I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E' bello cambiare e accettare delle sfide». A parlare è il Presidente del Consiglio Mario Monti intervenendo in un dibattito televisivo sui temi del lavoro e dei giovani. «La riforma sulla quale il ministro Elsa Fornero e tutto il governo adesso è impegnato - ha spiegato- ha la finalità principale di ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi per caso o per età è già dentro e chi giovane fa una terribile fatica ad entrare o entra in condizioni precarie». In poche battute troviamo condensato tutto il pensiero, figlio delle peggiori teorie liberiste, che ispira Mario Monti.
“Che monotonia il posto fisso”: è vero, deve esser stata di una noia incredibile passare tanti anni nella stessa azienda, crescere professionalmente, man mano aumentare il proprio know how, e sulle basi di questa monotona sicurezza progettare un futuro, una casa, dei viaggi, farsi una famiglia. Ma Mario Monti ci tiene al divertimento degli italiani, giammai si impigriscano, quindi vuole renderci la vita ancor più avventurosa e flessibile di quanto già lo sia nella superprecaria Italia del 2012, che anche secondo l’Ocse è già il paese più flessibile del mondo, tanto che in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca è molto più difficile licenziare che da noi.
Del resto, che gusto si può trovare nello svegliarsi la mattina per recarsi nella stessa azienda avendo la sera la certezza di poter pagare le bollette, e magari garantire una vita dignitosa ai propri figli? Molto meglio fare una giornata di volantinaggio pubblicitario fuori dalle Metro, il giorno dopo provare l’inebriante esperienza di lavorare in un call-center, e alla fine del mese con il contratto scaduto e non rinnovato girare per negozi non per fare shopping ma per portare il proprio curriculum vitae nella speranza che qualcuno cerchi una commessa extra almeno per il sabato pomeriggio. È infatti questa la vita che vivono i “fortunelli” di venti-trent’anni che, magari dopo una laurea ed un paio di master, entrano dalle finestre del mondo del lavoro. Ci si diverte come pazzi a cambiare occupazione cinque o sei volte l’anno, lo si capisce ascoltando ordinarie conversazioni tra i distributori dei quotidiani gratuiti nei pressi delle stazioni delle grandi città.
Eh si, perché il posto fisso potrebbe anche essere monotono, se l’alternativa fosse che un giorno si fa l’amministratore delegato di una società ed il giorno dopo il marketing manager di un’azienda ben quotata in borsa, non senza essersi fatti mancare una settimana da medico chirurgo. Invece, purtroppo per noi, eccessiva precarizzazione fa rima con lavori dequalificati (e sottopagati).
Hai una laurea in economia e commercio? Non solo è probabilmente inutile, in quanto solo nel 15% dei casi secondo una recente inchiesta di Unioncamere-Excelsior viene richiesta dalle (poche) aziende che assumono, ma può addirittura essere controproducente: tra le critiche - le più gettonate - che vengono rivolte ai neolaureati, c’è quella di “essere troppo pretenziosi”. Voglio dire, c’è ancora in giro chi crede di aver diritto ad aspirare a qualcosa che rientri nell’ambito dei propri studi. Del resto siamo nella stessa logica di pensiero del premier: così come è noioso il posto fisso, è triste pensare di insegnare quando si è laureati in Storia. Molto più all’altezza dei tempi provare a sentire se la nuova società ferroviaria di Montezemolo si affida a qualche cooperativa che assume ancora.
Monti invita i giovani ad accettare le sfide della flessibilità: è almeno dai tempi della Legge Biagi e del Pacchetto Treu che queste parole vengono spese, e non ci risulta ci siano ragazzi che vergognosamente si sottraggano a tali avvincenti sfide. In questa categoria infatti non solo si è ulteriormente contratto il flusso di ingresso nell’occupazione, ma è andata scemando la possibilità di transitare verso una condizione di maggiore stabilità lavorativa. Di quanto ci avvisa il premier, quindi, siamo già al corrente.
Era diverso tempo che un esponente istituzionale di primo piano non ripescava lo slogan “precario è bello”. Negli ultimi anni ci eravamo abituati a Tremonti, che populisticamente riconosceva come negativa l’eccessiva precarizzazione, anche se poi continuava ad incentivarla nelle politiche ministeriali. Ma il tecnico dell’anno non ha un elettorato di riferimento, a lui basta rispondere ai diktat della BCE, quindi può permettersi un’ironia che sconfina nell’insulto. E l’insulto è rivolto soprattutto ai giovani, quelli a cui il Presidente Napolitano, padre morale dell’esecutivo, spera non “venga lasciato il debito in eredità”: conviene di più farglielo pagare adesso, avranno pensato, questo debito di cui ancora non si conoscono bene i creditori. Quindi, bisogna ridurre il “terribile apartheid” tra chi è già entrato nel mondo del lavoro con qualche diritto residuo e chi invece non ha più alcun diritto.
Come ridurre l’apartheid? Estendendo a tutti garanzie e tutele sociali? Macchè, troppo banale … meglio offrire a tutti l’avventura della precarizzazione totale. Così si contrastano le odiose discriminazioni socioeconomiche. Perchè ammettere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B? Trasformiamoli tutti in lavoratori di serie C, cosicchè se in una coppia lui aveva il “privilegio” di un contratto da operaio a tempo indeterminato e lei da insegnante ultraprecaria, finalmente non si sentiranno più in competizione e potranno vivere affamati e contenti.
Per fortuna c’è Mario Monti, a salvare noi giovani da una vita monotona. |
Il fiscal compact europeo – il più monotono caso di suicidio mai conosciuto nella Storia? data: 3/2/2012 | I cittadini europei dovrebbero volgere il loro sguardo altrove per avere una soluzione della crisi. di James Meadway, Senior Economist - neweconomics.org.
Non c’è un altro modo di descriverlo. Una volta che abbiamo strappato il velo del gergo tecnico dei burocrati europei, il fiscal compact della UE non rappresenta altro che una disperata accettazione del declino terminale. L'austerità si farà ora carico della forza della legge. Dimenticate la democrazia, come Angela Merkel ha inflessibilmente annunciato, sarà la Corte Europea di Giustizia ora a determinare le politiche economiche, e «non potrai più cambiarle attraverso una maggioranza parlamentare». L'Europa del sud sta per essere dilaniata dai programmi di austerità. Semplicemente non ci sono prospettive realistiche di ripresa se nel frattempo si prosegue con le politiche dei tagli.
Un fatale meccanismo è all'opera: i tagli riducono la domanda. La caduta della domanda significa che le imprese venderanno meno. Le minori vendite delle imprese comportano il calo dei salari e l'aumento della disoccupazione, e quindi ulteriori riduzioni della domanda. Questo è il circolo vizioso dentro il quale l'Europa sta rinchiudendo sé stessa.
Altrove il commentatore del Financial Times Wolfang Munchau, che non è certamente un'anima bella keynesiana, ha descritto il trattato come “piuttosto pazzo”. È fin troppo generoso: è totalmente folle, un’imbecillità economica su grande scala continentale. L'austerità sta trascinando l'Europa verso uno stato di perenne stagnazione. La crisi non è stata causata dalla spesa pubblica, ma dal collasso del sistema bancario e dai persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. E invece tutta la discussione è ancora incentrata, almeno per le élite europee, intorno alla necessità di effettuare tagli via via più aspri.
La diagnosi è sbagliata, e la prescrizione seriamente pericolosa. Nell’accordarsi volontariamente su ciò, come nel trattato che i 25 hanno firmato, è un suicidio.
La crisi, nel frattempo, peggiora. La disoccupazione nella zona euro ha raggiunto un nuovo picco. I negoziati sulla riduzione del debito greco continuano, i detentori delle obbligazioni sul debito del settore privato del paese danno battaglia per tenersi stretto anche il più piccolo pezzo di valore dei loro prestiti che rischiano di perdere. La Banca Centrale Europea, mostrando tutta la compassione e la solidarietà per le quali è famosa, si è autoesclusa da qualsiasi riduzione volontaria, insistendo nel chiedere che il pieno valore dei prestiti che ha concesso alla Grecia sia rimborsato.
E dopo mesi passati a perfezionare il loro ruolo di zerbini, le richieste tedesche volte a una diretta sorveglianza della spesa pubblica greca, hanno provocato perfino nella supina classe politica greca degli strilli indignati.
Il maestoso raduno di Bruxelles non ha portato con sé reali prospettive di azione contro la crisi. È troppo frazionato, e compromesso dai suoi intrecci con la finanza e il progetto fallito dell'euro. Si è adagiato sul percorso che incontrava meno resistenza: pagare i banchieri, fregare la società.
I passi che sarebbe stato necessario compiere erano troppo distanti dalle capacità di veduta dei leader europei: un default sovrano per la Grecia e gli altri paesi membri dell'euro indebitati soggetto a un accordo con i creditori, un blocco all'austerità, nonché la democratizzazione del sistema finanziario, obbligando le banche ad agire nel pubblico interesse.
L'accordo è una pozione letale. Il problema è come neutralizzarlo al meglio. Ieri i lavoratori belgi stavano sciperando contro i tagli. In milioni lungo tutta l'Europa hanno protestato e dimostrato. È a partire da questo che un movimento contro l'austerità potrà formarsi. |
L'embargo sul petrolio iraniano non conviene a nessuno data: 30/1/2012 | di Nima Baheli - Limes Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/lembargo-sul-petrolio-iraniano-non-conviene-a-nessuno/31634
L'Unione Europea ha approvato lunedì un'ulteriore stretta economica nei confronti dell'Iran. Bruxelles, che aveva un accordo di libero scambio con Teheran fino al 2005, ha imposto sanzioni sempre più restrittive dal 2007 nel tentativo di bloccare il programma nucleare della Repubblica islamica.
La Danimarca, presidente di turno dell’Unione, ha messo a punto un embargo petrolifero che verrà introdotto entro il primo luglio 2012, lasciando agli Stati membri quasi sei mesi di tempo per concludere i contratti esistenti. Alcuni paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia e Germania, volevano un termine di tre mesi per l'entrata in vigore della misura, mentre altre nazioni finanziariamente più deboli quali la Grecia, l’Italia e la Spagna avevano chiesto fino a un anno. L'embargo europeo segue a stretto giro di posta le severe sanzioni introdotte dal presidente statunitense Barack Obama il 31 dicembre.
L'embargo riguarderà le importazioni di petrolio greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici. Esso coprirà altresì l'esportazione di attrezzature e tecnologie indispensabili per il settore petrolifero iraniano. L’intesa prevede anche il divieto di vendita di oro, diamanti e altri metalli preziosi.
Il patrimonio della Banca centrale Iraniana all'interno dell'Ue sarà congelato con esenzioni limitate al fine di consentire l’esecuzione dei contratti petroliferi in fieri. Tali esenzioni sono state richieste dalla Germania, che detiene 2,6 miliardi di euro di prestiti che dovranno esserle rimborsati. È previsto un riesame, da effettuarsi entro il 1 maggio, per valutare l'impatto economico delle sanzioni su nazioni quali la Grecia, l’Italia e la Spagna, dipendenti in larga misura dall'oro nero iraniano.
L'Unione europea insiste nel ribadire che la sua azione è inserita nella cornice di un “doppio binario” finalizzato alla riapertura delle trattative con gli iraniani. Il responsabile della politica estera europea Catherine Ashton aveva sottolineato come le potenze mondiali avessero mostrato “disponibilità a impegnarsi” con l'Iran, senza ricevere alcuna risposta alla loro offerta del 21 ottobre. Anche l'Iran nei giorni scorsi aveva segnalato la propria disponibilità a riprendere i colloqui sospesi un anno fa in Turchia con Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna.
Il ministro degli Esteri russo ha ritenuto la decisione europea “profondamente errata”. Sergei Lavrov ha dichiarato: “è ovvio che ciò che sta accadendo è una pressione palese e un diktat, un tentativo di punire l’Iran per il suo comportamento. Questa è una linea profondamente errata, come abbiamo detto ai nostri partner europei più di una volta. Sotto tale pressione l’Iran non si dimostrerà disponibile a concessioni o ad eventuali modifiche nella sua politica.”
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehman-Parast ha definito la mossa europea nulla più che un'azione da “guerra psicologica”, sottolineando che questa mossa “illogica e errata non bloccherà la nostra nazione dall’ottenimento dei nostri diritti. Le nazioni europee e quelle che sono sotto pressione statunitense devono pensare ai propri interessi. Qualsiasi nazione che si privi del mercato energetico iraniano vedrà presto come il suo posto sarà preso da altri”.
Teheran è consapevole delle differenze presenti in seno all’Unione.
L’Europa è un importante partner economico iraniano, avendo importato nel 2010 beni per un valore di 14,5 miliardi di euro ed avendone esportati per un valore di 11,3 miliardi. Con 600 mila barili quotidiani l’Europa è il secondo mercato per il petrolio iraniano subito dopo la Cina. Il greggio persiano rappresenta il 34,2% delle importazioni energetiche della Grecia, il 14,9% della Spagna e il 12,4% dell’Italia - paesi che sono anche i più esposti alla crisi del debito europeo.
Atene ha concluso degli accordi con Teheran che le permettono un termine di pagamento di 60 giorni anche senza garanzie finanziarie. Pur avendo accettato le nuove sanzioni, sarà difficile per la nazione ellenica ottenere tali condizioni da altri fornitori.
Per quel che riguarda l’Italia, il premier Mario Monti aveva chiesto di escludere dal divieto il rimborso dei circa due miliardi di dollari che la National iranian oil company (Nioc) deve all’Eni quale tranche del compenso per gli investimenti effettuati illo tempore dalla compagnia petrolifera italiana in base a contratti “buy back”.
In alternativa vi era la proposta italiana di consentire alle aziende iraniane di continuare a ripagare i debiti con greggio invece di denaro contante. Questa ipotesi, assieme alle dichiarazioni rilasciate da differenti operatori del mercato energetico - secondo le quali le aziende italiane, spagnole e greche hanno esteso la maggior parte dei propri accordi petroliferi per tutto l'anno corrente - fanno intuire che, presumibilmente, la maggior parte delle forniture iraniane all'Unione Europea sarà esente da sanzioni almeno per l'intero 2012.
Non pensiate che sia solo il famigerato “Club Med” ad aver richiesto deroghe! Oltre a Berlino, che ha fatto pesare la sua voce per vedere “garantiti” i suoi interessi, bisogna registrare un fatto a dir poco surreae. Londra, che da novembre aveva tagliato tutti i legami con le banche iraniane, e che assieme a Parigi è stata l’ispiratrice di questo nuovo ciclo di dure sanzioni europee ha chiesto, a sua volta, esoneri … ma agli Stati Uniti!
A dicembre funzionari britannici, dell'Ue e della British Petroleum (BP) si sono recati in pellegrinaggio a Washington per chiedere che le sanzioni statunitensi non comprendessero Shah Deniz II: si tratta di un progetto gasifero del valore di 22 miliardi di dollari al largo della costa del mar Caspio, di fronte alla Repubblica d’Azerbaigian, visto come punto d’approvvigionamento chiave per il gasdotto Nabucco. Tale pipeline è basilare per la sicurezza energetica europea, in quanto permette a Bruxelles di bypassare la Russia riducendo lo strapotere di Gazprom sul Vecchio Continente.
La BP e la Statoil norvegese detengono la maggioranza del progetto con il 25,5% delle azioni ciascuna; tuttavia - bizzarrie del “pipelinestan” - la Naftiran Intertrade Co., filiale della Nioc con sede in Svizzera, detiene una quota del 10%. Motivo per cui, paradossalmente, se Teheran decidesse di bloccare il progetto o il programma stesso venisse bloccato dagli Stati Uniti, la sicurezza energetica europea verrebbe fortemente compromessa. Da ciò deriva una situazione kafkiana: il nemico storico di Teheran, Bp, chiede al proprio governo e all’Ue di recarsi a Washington a fare azione di lobbyng per “tutelare” indirettamente gli interessi iraniani.
A complicare ulteriormente la situazione c'è il fattore “sostituzione”. Qualora il progetto euro-statunitense di bloccare la vendita del petrolio iraniano sul mercato mondiale avesse successo, bisognerebbe “sostituire” entro la fine dell’anno 2,6 milioni di barili giornalieri. L'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) prevede che la domanda mondiale di petrolio aumenterà nel 2012 di circa un milione di barili al giorno, portando quindi il deficit potenziale totale a 3,6 milioni di barili.
L'Arabia Saudita e gli emirati arabi del Golfo Persico si erano detti favorevoli a “sostituire” i 2,6 milioni di barili iraniani; un duraturo aumento di produzione di 3,6 milioni di barili è però verosimilmente al di là delle capacità di queste nazioni, considerando che Riyad, che farebbe la parte del leone in questo progetto, già ora pompa 10 milioni di barili al giorno, quantitativo insolitamente alto.
Tralasciando le considerazioni sulla qualità del petrolio saudita - più “acido” di quello iraniano, ovvero più ricco di zolfo e altre impurità che aumenterebbero i costi di raffinazione - bisognerà a questo punto escludere l’ipotesi di ulteriori shock dell'offerta sul mercato petrolifero mondiale, in quanto le nazioni arabe del Golfo Persico non avrebbero capacità addizionale di sostituzione.
Tale ipotesi è peregrina, in quanto già si registrano problemi fra il Sudan e il Sud Sudan, con Juba che minaccia di non pompare più il proprio petrolio a causa del pedaggio troppo alto chiesto da Khartoum per l’uso dei propri oleodotti. Sempre in Africa, i due milioni di barili giornalieri nigeriani non sono particolarmente sicuri; cambiando continente, è inverosimile che l’Iraq sia disponibile a “pestare i piedi” al proprio potente vicino; Messico e Regno Unito, pur essendo potenzialmente disponibili, sono in una fase irreversibile di capacità produttiva declinante.
Se aggiungiamo a tutto ciò il fatto che già a condizioni “normali” si prevedeva l'aumento dei prezzi petroliferi a 120 dollari entro il 2016 - a causa della domanda globale superiore all’offerta - sarà intuitivo capire come le prospettive di un boicottaggio completo e continuativo nel tempo del petrolio iraniano siano irrimediabilmente destinate a essere esili.
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Previsioni del nuovo anno data: 30/1/2012 | di Massimo Fini.
La crisi, la decrescita, gli scenari previsti per il prossimo futuro. Cosa ci attende e come prepararsi.
Con una risposta di Giulietto Chiesa a Massimo Fini.
La crisi
La situazione non è risolvibile. Può essere tamponata con degli investimenti di denaro, o meglio, con immissioni di liquidità di denaro che ovviamente non rappresenta nulla, se non una ipoteca su un futuro talmente lontano dall'essere inesistente. Quindi prima o poi si arriva al collasso definitivo del sistema del denaro e del sistema industriale, che noi chiamiamo occidentale ma che oramai riguarda molti altri luoghi. La Russia ci è entrata da tanto tempo, ma anche i paesi emergenti, come Cina e India, ci sono dentro sino al collo. Loro hanno il vantaggio di aver cominciato dopo, quindi arriveranno dopo al muro invalicabile che segnerà il fatto che non possono più crescere, ma in ogni caso il gong suonerà anche per loro. È matematico.
Futuro bruciato
Si potrebbe andare a ripescare dichiarazioni non dico degli anni Ottanta, ma dei Novanta e oltre. Nel 2000 e persino dopo il crollo dei subprime ancora si sentiva parlare di un "futuro radioso". Ma non è questo il punto. Il fatto è che in paesi come l'Italia, un uomo come Monti ha buon gioco a dire che se non si fosse fatta questa manovra non si sarebbe riusciti a pagare gli stipendi. È proprio il sistema che è sbagliato, basato sulle crescite infinite che esistono in matematica ma non in natura, partito da due secoli e mezzo fa e arrivato al suo limite. Un po' come una potente macchina, che arrivata davanti a un muro continua a dare gas finché non fonde. Invece di continuare e ostinarsi a crescere, visto che crescere non si può più, si dovrebbe iniziare a governare in modo ragionevole la decrescita.
Decrescita: adottata da tutti oppure non funziona
Naturalmente, questo è il punto. Il sistema invece si basa sull'opposto, ovvero sulla competizione mondiale, sulla crescita, sugli investimenti, sulle infrastrutture. I popoli teoricamente diventano più ricchi ma nella realtà diventano più poveri.
Costretti a decrescere, in ogni caso
Certo, la classe media sino a ora era attaccata alla macina ma almeno poteva consumare. Adesso non può e non potrà fare più nemmeno quello, e dunque sarà costretta a decrescere. Ma una cosa è farlo in questo modo e una cosa invece è governare il movimento della decrescita. Perché quella di adesso più che decrescita è una recessione - di cui tutti parlano ma in realtà poco capiscono. È il fatto che poi tanta gente viene sbattuta fuori dal mondo del lavoro, e dunque non consuma, e dunque le imprese riducono ancora, e nsomma il processo si avvita su se stesso. Solo che lo fa a velocità sempre maggiore. Come quando vedi un nastro: una volta arrivato alla fine torna indietro, solo che lo fa a velocità molto superiore. E questo succede se pretendendo di crescere ancora invece non si cresce e dunque si alimenta la disoccupazione. La recessione non sarà come un tornare a vivere come facevamo trenta anni fa, ma sarà un processo di una velocità estrema: questo è il crollo di tutto il modello di sviluppo che conosciamo. E nessuno è preparato. Nessuno (o quasi) osa parlare di decrescita. In una riunione recente con i gruppi di Uniti e Diversi di Chiesa e Pallante (e altri gruppi) ho proposto di fare una manifestazione comune sulla decrescita. Chiesa e Rossi si sono opposti dicendo che erano cose che non si potevano dire in questo modo. Che dire? C'è molto residuo di pensiero liberale e marxista.
Scenari per il 2012?
A breve termine, per un po', la cosa sarà lenta, quindi non verrà avvertita in modo traumatico, poi piano piano accelererà fino a diventare inarrestabile. Alla fine ci sarà gente che si riverserà nelle campagne alla ricerca di cibo, perché in città ci sarà meno lavoro, meno denaro, meno merce da poter acquistare, anche tra quella indispensabile. Solo che non è che ci siano poi tante campagne intorno. Insomma vedo una feroce lotta all'ultimo sangue, alla fine del processo.
Tempi?
Una volta pensavo che i tempi sarebbero stati lunghi. Data l'accelerazione che c'è, ora penso che nell'arco di 5-10 anni si arriverà a questo.
Prepararsi?
Certamente, un consiglio: acquistare terra e ritornare a saperla coltivare. E anche imparare a usare il kalashnikov, perché poi la gente arriverà dalle città e sarà una vera e propria lotta tra disperati.
Basta pessimismo della ragione: cose positive?
Il lato positivo sicuramente è che se la crisi economica si accentua ancora indurrà le persone a una maggiore solidarietà. È nelle situazioni di questo tipo di dramma che la solidarietà riappare e riaffiora rispetto all'individualismo. Esempio scemo: quando a Milano nevicò per tre giorni di seguito tutto fu immobilizzato, e la gente si aiutò anche se non si era mai parlata pur vivendo fianco a fianco. Nella necessità si crea la solidarietà. Poi questa situazione indurrà anche quelli che non ci pensano (ora) al tipo di vita che facciamo anche quando tutto va bene: una crisi economica potrebbe suscitare una riflessione in persone che non l'hanno mai fatta, che sentono il disagio magari, ma non l'hanno mai razionalizzato. Insomma produci-consuma-crepa non è un mondo umano dunque è bene cercarne un altro.
Meno lavoro e più occupazione (a fare altro)
Pensiero in parte vero ma troppo ottimistico perché poi le occupazioni da fare in un sistema come questo, non è che ve ne siano molte. Discorso diverso, naturalmente, sarà quando tutto sarà cambiato.
Tu ti sei preparato?
No, io predico bene e razzolo male. Ma il punto è che non è questione che riguarda me, riguarderà i giovani, per loro sarà una grande opportunità, avranno le energie per ricominciare da capo. Chi avrà cinquanta o sessant'anni sarà fatto, non avrà possibilità di riciclarsi, ma per i giovani, ripeto, sarà una grande opportunità.
Studiare agraria e fare un corso balistico
In Afghanistan tutti sanno usare il kalashnikov, qui no. Però basta prendersi il porto d'armi e andare a un poligono di tiro, no?
[Pubblicato su "Il ribelle", 25 gennaio 2012 - www.ilribelle.com]
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&;file=article&sid=9763
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RISPOSTA DI GIULIETTO CHIESA
Io stimo Massimo Fini per il lavoro fatto insieme in Uniti & Diversi. Tuttavia il suo resoconto della riunione conclusiva non corrisponde all'andamento della discussione. L'analisi che riporta qui contiene le stesse cose, identiche, che dico e penso io. Poi propose di uscire per strada, io, lui, e Pallante, e farsi arrestare per richiamare l'attenzione.
L'analisi c'è, la politica è totalmente assente. La necessità di fare i conti con i rapporti di forza, di scegliere un percorso, di farsi capire dalla gente, è totalmente assente. Questo è tutto. Quando, in quella riunione, proposi di riprendere il percorso comune - iniziato a Torino e a Bologna - verso un nuovo soggetto politico, tutti i presenti risposero in modo diverso dagli altri. Cinque presenti, cinque risposte. Che conferma esattamente ciò che dico qui: quasi nessuno si pone il problema del veicolo su cui occorre salire.
Ciascuno ha la sua bici e pensa di farcela con la sua bici. Alternativa è nata per fare un'altra cosa. E, certo, non per vendere kalashnikov e per insegnare a usarli.
Giulietto Chiesa |
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